Michele Sarzana

Il problema della Maratona di New York è che inizia praticamente 8 mesi prima rispetto a quando effettivamente la correrai, la sera in cui ti confermano che sì, sei uno dei fortunati ad aver “vinto” il pettorale attraverso la lottery. Un parto.

Poi scopri che la correrai con Matteo e allora tutto acquista un altro sapore: non sarai solo a ritirare il pettorale, ad alzarti alle QUATTRO del mattino per prendere un pullman verso Staten Island e ad affrontare 42,195 per raggiungere LA medaglia.

Correre la Maratona di NYC è un’esperienza mistica, fatta di tante aspettative ampiamente ripagate e di tanta fatica. È abbracciare un Newyorkese sul ponte di Verrazzano e augurarsi “Good luck bro’!”, vedere avvicinarsi le prime case di Brooklyn e i primi cartelli con l’immancabile “Only 25,2 miles to go!” (no ragazzi, non faceva ridere a Roma e non fa ridere neanche qua).

È la folla di Williamsburg e la carta igienica gentilmente offerta da sconosciuti lungo la strada, la mezza maratona tagliata nel Queens e i primi affaticamenti sulle gambe frutto dei continui saliscendi del percorso che chiederanno pegno più avanti. È gli sprovveduti che affrontano a tutta il ponte di Queensboro e che ritroveremo più avanti agonizzanti a Central Park.

È il boato che ti accoglie all’ingresso di Manhattan, è il cambiare delle facce mentre sempre più piano risali verso Harlem ed è l’ultimo ponte di ritorno verso l’arrivo (“LAST DAMN BRIDGE” come ci hanno ricordato due simpatici spettatori).

Son le salite che immancabili ti sfiniscono a Central Park e un inutile tentativo di aizzare la folla cercando le ultime gocce di energia residue nel tuo corpo, passare il Runner’s corner di Columbus Circle e scattare gli ultimi 400 metri – in salita, tanto per cambiare – per limare 3 secondi dal tempo finale e abbracciare finalmente Matteo e concretizzare che, almeno per il momento, la Maratona merita una pausa.

E di godersi un’esperienza unica.


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