Michele Sarzana

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Questa mattina alle 5 la sveglia è suonata, ma ero sveglio già da qualche minuto. La voglia di correre finalmente liberi dopo due mesi passati attorno a 80 metri nel corsello dei box, girando come un criceto accanto a casa o a pedalare incastrato sul balcone di casa con dei rulli sotto le ruote era troppa.

Le cinque, ma perché? Per tanti motivi, ma principalmente per potermi godere Milano per come poche persone hanno voglia – o la possibilità – di vederla: vuota. E quindi scarpe ai piedi ho cominciato il mio giro: gambe legnose su per Corso Lodi per poi cominciare ad allungare – se così possiamo definire un muscolo che a quell’ora ha solo voglia di dormire – verso Missori e approcciarsi alla prima foto della giornata. Il Duomo è lì, spunta sempre all’improvviso svoltato l’angolo di Via Orefici, mi lascia sempre senza parole, lo trovo una costruzione incredibile e affascinante.

Penso a quando potrò rivederlo da dentro o dalle sue guglie e riprendo su per via Dante mentre comincio a incontrare i primi runner che come me questa mattina condividono una nuova libertà. Da lontano si vede subito il Castello, ho un ricordo particolare legato a questo luogo tanto particolare di Milano e me lo voglio godere tutto. Scatto una foto e comincio il mio breve giro attorno a un tratto di Parco Sempione, svolto a sinistra raggiunta la Triennale, sorpasso i binari della stazione di Cadorna e punto verso Citylife.

Questo pezzo di città lo conosco bene, una volta lavoravo qui vicino e in pausa pranzo Via XX Settembre era il mio transito obbligato per sfogarmi.

Speravo di vedere i ciliegi del Giardino Renata Tibaldi ancora in fiore con i loro petali rosa, ma temo la primavera a questo giro non abbia aspettato il termine della quarantena, le stagioni continuano a scorrere libere anche senza di noi. Per fortuna.

Mi appropinquo verso uno dei miei angoli preferiti di Milano: Citylife. Lo vedi già da lontano, spuntano i tre grattacieli da dietro i palazzi, uno scorcio che non puoi ignorare. Troppo moderno? Troppo nuovo? Troppo anonimo? Commerciale? Da ricchi? Poco mi importa. Ci corro dentro come se fosse la prima volta, su per le salite dello Shopping Centre e giù dalla discesa che porta all’imbocco della strada per la stazione Domodossola. Tutto d’un fiato – poco – e con l’alba che ormai ha fatto tutto il suo corso e i semafori che da lampeggianti adesso fanno il loro lavoro regolando il fluire di un traffico che pian piano aumenta.

Ne approfitto per attraversare una nuova parte della “mia” città: invece che andare dritto verso la ciclabile del Cimitero Monumentale come la strada porterebbe normalmente a fare e giro in Via Monviso.

Passo di fianco a una delle cose che più mi attirano di questa piccola grande metropoli, il deposito dei tram dell’ATM (mi son scordato la foto, cacchio). Non so perché ma mi ha sempre attirato, come se fosse il dormitorio di qualche bestia mitologica. Mi son sempre ripromesso di andarne a visitare uno e ATM ci ha sempre provato organizzando giornate aperte, ma ho sempre trovato delle scuse per saltare un appuntamento con me stesso. Chissà quando sarà nuovamente possibile, ma sicuro che a sto giro non rimando.

Incrocio a questo punto la ciclabile che in un soffio mi porta dal Cimitero Monumentale, alla Fondazione Feltrinelli, su per Corso Como, sbucando in Gae Aulenti (altro scorcio di cui sono innamorato e da qui il motivo della foto principe del post), giù per la Biblioteca degli Alberi e il Bosco Verticale e poi ancora su attraverso per la Promenade Varesine.

È la Milano nuova, figlia degli ultimi forti anni di sviluppo che, al pari, di quella antica mi fanno amare questa città e mi invogliano a correrci dentro e a chiudere questo giro che ho sognato per diversi giorni.

Proseguo con qualche passaggio più classico e che avrò percorso ormai centinaia di volte: un giro di Parco Indro Montanelli, una volata verso San Babila sfruttando le nuove ciclabili appena dipinte sull’asfalto e poi un graduale ritorno verso casa, passando velocemente attorno a Parco Marinai d’Italia dove, tanti anni fa, ho fatto la mia prima corsa registrata su un qualche dispositivo (parliamo di un Nike Apple Pod, o come si chiamava, un secolo tecnologico fa).

Comincio a incontrare i primi runner, anche quelli più improbabili, per me invece la corsa è finita. Sono le 7:16, non son mai stati così contento di essermi alzato prima dell’alba. Speriamo duri.


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